Chief Happiness Officer. Ruolo di cui si sta parlando molto negli ultimi anni in Italia e per il quale sta crescendo sempre di più l’interesse. Stiamo diventando sempre più informati su come il mercato sta cambiando e su come le aziende si stanno evolvendo portando una maggiore attenzione al benessere dei propri collaboratori. La consapevolezza che realizzare successo e produttività in azienda dipende solo ed esclusivamente dalle persone al suo interno mette in luce l’importanza di concentrarsi e dedicarsi proprio a loro. La parola “felicità” ora super gettonata e, a volte, mal digerita diventa il fulcro per lo sviluppo di una nuova ottica di gestione aziendale attenta alla creazione di un ambiente di lavoro positivo, allo sviluppo di mission e vision condivise, alla messa in atto di processi e pratiche dedicati al benessere. Io per prima, fino a qualche anno fa, non credevo a questa parola come utilizzabile in azienda; cresciuta con un modello lavorativo stile “testa bassa, lavora duro e non fiatare” ho sempre pensato alla felicità come ad un’emozione da vivere fuori dall’ufficio.

In qualità di manager ho imparato ed applicato il classico modello gerarchico piramidale, con la convinzione che solo nel “terrore” si potesse lavorare e portare a casa dei risultati. Ora ho capito che, proprio grazie al benessere generato all’interno del posto di lavoro, ne traggono vantaggio la crescita economica dell’azienda e anche la sfera personale, aiutando a generare un equilibrio tra vita privata e professionale. La figura del Chief Happiness Officer diventa ora importante per supportare le aziende nell’intercettare i principali modelli culturali dell’organizzazione e scegliere quali incentivare, per definire un piano strategico di sviluppo in qualità di Organizzazione Positiva e di implementazione della Scienza della Felicità nella cultura e nei processi aziendali, per selezionare ed implementare pratiche e strumenti con l’obiettivo di generare benessere e positività nelle persone e nell’azienda. Studi confermano l’incremento di creatività, produttività, fidelizzazione e vendita, legato all’aumentare della soddisfazione personale, e anche il diminuire di stress, assenze per malattia, burnout e turnover.* E una volta implementate pratiche e processi positivi all’interno dell’azienda, ogni singola persona che ne fa parte diventa essa stessa “Chief Happiness Officer”! È un’attitudine da coltivare quotidianamente.

ORA IMMAGINO LA TUA ESPRESSIONE DOPO AVER LETTO QUESTE RIGHE.
PERPLESSO/A? TITUBANTE?ARGOMENTO DELICATO?

Molte volte sappiamo cosa ci fa bene, come dovremmo farlo e soprattutto perché dovremmo farlo.
Parlando di felicità in azienda non “stiamo scoprendo l’acqua calda”; nessuna nuova invenzione.
Tuttavia non la mettiamo in atto.
Stiamo stati cresciuti con un’ottica di ambiente lavorativo differente e allora ci serve “una spinta” per supportarci in questa azione volta al nostro benessere personale ed aziendale.
Quando un’azienda si rivolge ad un CHO dimostra la voglia di mettersi in gioco, migliorare la qualità lavorativa e puntare sui propri collaboratori con conseguente aumento del fatturato.
Ti ho convinto/a?
Pronto/a a parlare di felicità in azienda?

*(fonti Gallup/HBR/Forbes/S.Anchor – un approfondimento dei dati statistici è disponibile nella pagina “Scienza della Felicità”).

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